La parola bullismo deriva dall’inglese “bullying” ed indica una condizione di prepotenza ed oppressione psicologica o fisica ripetuta e continuata nel tempo, perpetrata da una persona, bambino o adolescente, o da un gruppo di persone, più forti e potenti rispetto ad un’altra percepita come più debole e vulnerabile (Farrington, 1993).

Secondo Dan Olweus (Olweus, 1993), uno dei maggiori studiosi del fenomeno in ambito scolastico, “uno studente è oggetto di bullismo, ovvero è prevaricato e vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente alle azioni offensive agite da uno o più compagni”. In particolare “un comportamento da bullo è un’azione che mira deliberatamente a danneggiare fisicamente e/o moralmente una vittima, la quale trova molto difficile difendersi, per cui l’azione può perdurare settimane, mesi o persino anni”.

Alla base dei comportamenti di prevaricazione c’è spesso “un abuso di potere e un desiderio di intimidire e dominare” (Sharp e Smith, 1995).

Queste diverse definizioni permettono di individuare alcuni fattori comuni del fenomeno.

Il primo è l’”intenzionalità”. Il bullo agisce con l’intenzione e lo scopo di dominare l’altro, offendendolo e provocandogli disagio se non addirittura danni.

In secondo luogo, vi è la “persistenza”. Le azioni bullistiche persistono nel tempo e di solito si verificano con una frequenza piuttosto elevata. Tuttavia, anche un singolo grave episodio può essere considerato atto di bullismo, quando è in grado di denigrare pesantemente chi lo subisce senza lasciargli possibilità di reazione alcuna e si profila come l’inizio di una lunga serie.

Altro elemento distintivo è l’“asimmetria” della relazione. C’è una disparità di forza e di potere tra il bullo e la vittima, tale per cui il primo prevarica sempre la seconda, la quale subisce senza riuscire a difendersi efficacemente. La differenza di potere deriva sostanzialmente dalle diverse forze fisiche tra i due protagonisti: i bulli sono più forti della media dei coetanei, mentre le vittime sono più deboli.

Altri fattori che possono intervenire a generare la dinamica bullistica sono la differenza d’età e il genere. Soprattutto durante l’infanzia, il bullo può essere più grande della vittima e di sesso maschile, mentre le vittime sono o appaiono più piccole e possono essere sia maschi che femmine.

Gli episodi di bullismo possono vedere coinvolto un singolo soggetto contro un altro, ma è piuttosto frequente, se non prevalente, che a mettere in atto le prepotenze sia un gruppetto di due o tre bambini o ragazzi ai danni di un altro (Olweus, 1993).

Proprio perché il bullismo coinvolge due o più individui, per comprenderlo a pieno è necessario coglierne la “dimensione relazionale”. L’attenzione non può rimanere focalizzata sui problemi comportamentali o temperamentali dei singoli protagonisti, ma deve dirigersi sulla tipologia di rapporto che si è venuta a creare tra il bullo, i suoi fiancheggiatori (gregari) e la vittima. In questo senso, più che focalizzarsi su “cosa fa il bullo” o “su come reagisce la vittima”, è importante individuare le dinamiche relazionali tra i due e tra essi ed il contesto, nonché viceversa.