La legge n. 71/17 non prevede alcuna specifica sanzione penale o modifica a norme penali incriminatrici poiché, come si è detto, si è preferito puntare sulla prevenzione e sulla responsabilizzazione dell’autore di cyberbullismo più che sulla repressione.

Inoltre, rivolgendosi la legge ai soli minori troveranno applicazione le regole del processo minorile che mira al recupero del reo e al suo reinserimento nella società nonché a valorizzare forme di giustizia atte a sviluppare un rapporto empatico tra vittima e carnefice.

Quindi oggi nella definizione di cyberbullismo rientrano condotte di varia natura: alcune riconducibili certamente a fatti di rilevanza penale (es. molestia, diffamazione), altri riconducibili a reati in senso atecnico (es. furto di identità ovvero delitto di sostituzione di persona) e condotte non costituenti reato.

Di seguito si propone a titolo esemplificativo una elencazione di condotte di cyberbullismo e reati:

  • furto di identità (art. 494 c.p.);
  • ingiuria (solo in sede civile poiché depenalizzata dal D.Lgs 07/2016);
  • diffamazione (art. 595 c.p.);
  • atti persecutori (art. 612 bis);
  • accesso abusivo a sistema informatico (legge 547/93);
  • danneggiamento informatico (legge 547/93, modificata dalla legge 48/08)
  • molestia o disturbo alle persone (art. 660 c.p.);
  • trattamento illecito di dati personali (D.Lgs 196/2003).

La scelta del legislatore ha voluto garantire un risultato ampio sul piano della tutela facendo così prevalere su formalismi e tecnicismi un quadro definitorio di impronta più sociologica che giuridica.