Da un punto di vista giuridico non esiste una definizione legislativa del bullismo, pertanto il primo vero problema che si pone nel parlare dell’argomento è quello relativo al suo inquadramento normativo.

Anche in Europa non esiste una normativa di riferimento e si affronta il fenomeno riconducendo il bullismo ad altre fattispecie di reato già presenti ove ne ricorrano i presupposti.

In assenza di una definizione legislativa la giurisprudenza definisce il bullismo quale l’insieme di “comportamenti costanti e ripetitivi di arroganza e prepotenza, prevaricazione, emarginazione, esclusione di una o più persone, agiti da un solo soggetto ma con la connivenza o complicità di altri oppure agiti da un gruppo”.

Elementi che caratterizzano il bullismo sono pertanto, la sistematicità, l’intenzionalità e l’asimmetria di potere tra le due parti, in tal senso il bullismo non è una mera conflittualità tra coetanei e neanche un mero atto di violenza.

Il bullismo è qualcosa di più complesso tanto dal semplice comportamento violento che dal reato tout court.

Il mero comportamento violento è, infatti, la tendenza abituale a usare la forza fisica o psicologica per imporre la propria volontà, mentre il reato è una condotta tipica che si concretizza in un’azione o omissione tesa a ledere un bene tutelato giuridicamente e a cui l’ordinamento giuridico fa discendere l’irrogazione di una pena.

Il bullismo può non riguardare necessariamente il diritto penale ma anche il diritto civile poiché alcuni comportamenti non integrano fattispecie penalmente rilevanti ma danno vita solo a delle responsabilità civili di risarcimento del danno.

In altri casi ancora, il comportamento tenuto dal bullo non rileva per nulla da un punto di vista giuridico, ma è espressione di maleducazione o di un disagio familiare e relazionale.

Ciò premesso, va chiarito che in presenza dei comportamenti più gravi la condotta tenuta dai bulli può integrare delle vere e proprie fattispecie di reato.

Può accadere, infatti, che durante episodi di bullismo si violi la legge; per esempio schiaffi, pugni, spintoni sono i tipici atti che il bullo rivolge a coetanei o ad altri minori.

Tali condotte integrano la fattispecie criminosa delle “percosse”, (art. 581 c.p.) il cui concetto comprende tutte quelle azioni che procurano alla vittima una sensazione dolorosa senza però cagionare alcuna una malattia nel corpo o nella mente.

Laddove, invece, le botte, gli schiaffi, gli spintoni e gli strattonamenti dovessero provocare nella vittima, anche una malattia fisica o psicologica, costui risponderà del reato più grave di lesioni personali, disciplinato dall’art. 582 c.p..

Il bullo, usa poi, frequentemente la minaccia di fare del male alla vittima o a qualche persona a lui vicina, in questo caso, la tutela è apprestata dall’art. 612 c.p.

Si ha minaccia, ogni qualvolta l’autore del reato prospetti nella propria vittima, la possibilità di un male futuro ed ingiusto.

Il bullismo, può inoltre, integrare la fattispecie penale di “atti persecutori” o stalking.

Il reato, introdotto dal legislatore nel 2009, all’art. 612-bis c.p., sanziona penalmente colui che con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare nello stesso, un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

Il bullismo può anche integrare il reato di violenza sessuale disciplinato dall’art. 609 bis c.p.; la norma, in particolare prevede che: “chiunque con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali: 1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto; 2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi”.

Nel caso della violenza sessuale di gruppo (art, 609 c.p) invece, è necessario che la condotta volta a violare la libertà sessuale del soggetto passivo provenga da tutti i partecipanti ovvero, anche laddove essa dovesse provenire da uno solo, è necessario che gli altri siano consapevoli della mancanza di spontaneo consenso all’attività di natura sessuale del soggetto passivo, per come chiarito dalla giurisprudenza.

Alcuni episodi di bullismo possono anche integrare le seguenti fattispecie di reato:

  • istigazione al suicidio (art 580c.p.);
  • rissa (art. 588 c.p.);
  • ingiuria (ex art. 594 c.p.) fattispecie per la quale si procede in sede civile essendo stata depenalizzata;
  • interferenza illecita nella vita privata (art. 615 bis c.p.);
  • violenza privata (art. 610 c.p.);
  • estorsione (ex 629 c.p);
  • diffamazione (art.595 c.p);
  • danneggiamento (art.635 c.p.);
  • molestia o disturbo alle persone (art.660 c.p.);
  • furto (art. 624 c.p.);
  • trattamento illecito di dati (legge sulla privacy, art. 167).

Oltre alla legge penale il fenomeno del bullismo lede alcuni principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico.

La Costituzione del 1948 pone al centro del nostro sistema normativo la tutela della dignità della persona ed i valori di solidarietà sociale oltre che di rispetto per il pluralismo e la diversità.

Gli atteggiamenti persecutori e denigratori tipici del bullismo contrastano con tale sistema di valori, ledono “i diritti inviolabili” della persona ex art. 2 Cost., il principio di uguaglianza ex art. 3 Cost., il diritto alla salute (art. 32 Cost.), la tutela dell’infanzia e il diritto all’istruzione, solo per fare alcuni esempi.

Si è detto finora che il legislatore non ha disciplinato espressamente il bullismo, tuttavia, non sono mancati singoli interventi normativi atti a valorizzare il contrasto al fenomeno.

Ad esempio, la legge 94 del 2009 ha previsto all’art. 61 c.p. n.11–ter, che costituisce circostanza aggravante il commettere un delitto contro la persona ai danni di un soggetto minore all’interno o nelle adiacenze di istituti di istruzione e formazione.

Tale aggravante si riferisce solo ai delitti commessi contro la persona e non può operare nei delitti contro il patrimonio e dimostra un interessamento del legislatore al bullismo visto che esso può operare con frequenza proprio negli ambienti scolastici frequentati dai minori.

La volontà del legislatore a non disciplinare direttamente e formalmente il fenomeno del bullismo non ha, pertanto, impedito che comportamenti reiterati e inquadrabili nella categoria suddetta, fossero puniti.

Pertanto, ciò che rileva e che va opportunamente evidenziato, è il corretto inquadramento della condotta di bullismo in una specifica figura di reato o meno: nel primo caso, infatti, si attiveranno tutte le opportune procedure di tipo giuridico, nel secondo caso, ove la condotta “bullistica” sia solo sintomatica di un comportamento “predeviante”, verranno attivate tutte le più opportune risposte in sede rieducativa e preventiva.

Il bullismo, infatti, può anche non riferirsi a comportamenti giuridicamente rilevanti, ma può comunque essere sintomatico di una difficoltà relazionale del ragazzo o di un disagio familiare o legato al contesto sociale, che deve essere trattato nelle sedi e avvalendosi delle figure professionali più opportune.