Differentemente da quanto accade nel bullismo, il cyberbullismo è stato oggetto di un recentissimo intervento legislativo che ha definito ed espressamente disciplinato il fenomeno delle prevaricazioni on line.

Nel mese di giugno è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale la legge del 29 maggio n. 71/17 recante “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”.

La legge contro il cyberbullismo agisce solo su tale fenomeno, avendo soppresso ogni riferimento al bullismo che pure era presente nella versione elaborata in seconda lettura dalla Camera.

La legge, inoltre, non ha inteso prevedere una fattispecie di reato e si riferisce esclusivamente ai minori e non “a chiunque” (quindi anche maggiorenni), la norma si configura, perciò, quale strumento legislativo speciale rivolto solo al fenomeno di cyberbullismo tra adolescenti o preadolescenti.

In tale ottica bisogna collocare la scelta del legislatore ad un approccio del problema da affrontarsi più con gli strumenti della educazione e della prevenzione che della repressione, scelta confermata dalla circostanza che nei confronti del minore autore di cyberbullismo è previsto lo strumento dell’ammonimento del Questore.

Per la prima volta, con la suddetta normativa viene data una definizione di cyberbullismo, intendendosi con tale termine: ”qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”.

Sicuramente è apprezzabile che per la prima volta il legislatore abbia inteso definire il fenomeno e con ciò dargli il giusto rilievo giuridico, anche se non sono mancate le critiche che hanno evidenziato alcuni limiti della suddetta definizione.

La definizione legislativa è, inoltre, molto ampia e non semplicissima, comprendendo anche fattispecie non direttamente collegabili al cyberbullismo.

Si è evidenziato come la definizione di cyberbullismo, dimostrando di non tenere in grande considerazione gli studi scientifici sul tema, ometta di dare rilevanza anche agli aspetti strutturali della asimmetria di potere e della sistematicità o reiterazione dei comportamenti vessatori.

Il non prevedere il primo aspetto (asimmetria di potere) sembra non dare la giusta rilevanza alla vittima, ai profili psicologici dalla stessa sofferti e alla violenza dalla stessa subita, il non prevedere il secondo profilo (sistematicità), invece, potrebbe allargare troppo l’ambito del giuridicamente rilevante a “qualsiasi azione” con ciò ricomprendendo anche comportamenti sporadici o occasionali come l’invio di un solo sms, ecc..

Da questo punto di vista risulterà pertanto molto importante la definizione che si andrà affermandosi in via giurisprudenziale; di certo il diritto vivente delle aule di giustizia aiuterà a ridefinire meglio la portata applicativa della norma.

La definizione non cita, poi, a differenza di quella contenuta in altri disegni di legge, alcun riferimento ai divieti di discriminazione né alla valorizzazione del principio di pari opportunità che dovrebbero basare qualunque intervento educativo.

Infine, non vi è traccia nella definizione legislativa dei c.d. cyber spettatori ovvero coloro che assistono ad episodi di cyberbullismo.

Sul punto si sono registrati due orientamenti: secondo il primo sarebbe stato preferibile un attivo coinvolgimento anche di questi ultimi, secondo l’altra impostazione, la partecipazione della “maggioranza silenziosa” potrebbe rientrare nel più generico piano di contrasto al bullismo e cyberbullismo di cui devono dotarsi obbligatoriamente gli istituti scolastici al fine di creare la c.d. mentalità antiprevaricazione.