La scuola è uno dei teatri in cui è più facile imbattersi in episodi di bullismo e cyberbullismo, anche se si è già chiarito che il cyberbullismo, per sua natura, tende a travalicare i limiti spazio/temporali e ad assumere una connotazione potenzialmente illimitata. I minori, quindi, possono essere a scuola sia vittime che autori di reato.

In entrambi i casi quando si sia in presenza di reati procedibili di ufficio (quei reati in cui la legge non prevede come necessaria la querela da parte della persona offesa) il Dirigente Scolastico ha l’obbligo di denunciare la notizia di reato all’Autorità Giudiziaria (o ad altra autorità come Questura, Carabinieri, ecc.) pena la configurabilità del reato di omessa denuncia (art. 361 c.p.), tale obbligo, infatti, grava sui pubblici ufficiali.

Il personale docente e in generale il personale scolastico, anche amministrativo, in quanto incaricato di un pubblico servizio, nei casi in cui ravvisi la commissione di reato ha l’obbligo di comunicare al Dirigente quanto appreso o osservato nell’esercizio della propria funzione, quest’ultimo dovrà trasmettere, senza ritardo, i fatti di cui è venuto a conoscenza agli organi giurisdizionali competenti, nonché ai Servizi Sociali del territorio.

La denuncia di un reato può essere fatta per iscritto e deve essere indirizzata alla Procura della Repubblica presso il Tribunale del luogo dove è avvenuto il reato, se indiziato del reato è un maggiorenne, alla Procura della Repubblica per i minori se indiziato è un minore.

La denuncia può essere presentata, più semplicemente, anche in forma orale ad un ufficiale di Polizia Giudiziaria (Carabinieri, Polizia, ecc.) in tal caso sarà verbalizzata dagli incaricati.

La denuncia deve contenere ai sensi dell’art. 332 c.p.p. la notizia di reato ovvero l’esposizione degli elementi essenziali del fatto, il giorno nonché le eventuali fonti di prova già note.

Essa contiene, poi, le generalità, il domicilio e quant’altro è utile ad identificare la persona alla quale il reato è attribuito, la persona offesa e tutti coloro che sono in grado riferire circostanze rilevanti per la ricostruzione del fatto.

È importante astenersi da valutazioni di merito del fatto accaduto, e cioè sulla gravità o meno dello stesso, magari al fine di ridimensionare l’accaduto, poiché tale valutazione compete all’autorità giudiziaria.

A tal proposito è bene ribadire che, ove ne ricorrano le circostanze, anche il minore di 14 anni va denunciato: se è vero che prima degli anni 14 il minore non è imputabile, è però anche vero che il Tribunale dei minori potrebbe valutare l’applicazione di misure extrapenali.

Per i reati perseguibili a querela di parte, ovvero quelli per i quali la legge rimette alla persona offesa la scelta di richiedere la punizione del colpevole, la scuola, non ha un obbligo di denuncia, tuttavia, può svolgere un ruolo di informazione e supporto alle vittime di reati e alle rispettive famiglie riguardo alla possibilità e all’opportunità di presentare la querela.

La scuola è, infatti, comunque “testimone” di ciò che avviene al suo interno e quindi delle situazioni di disagio, disadattamento e sofferenza patita dai propri studenti.

Accanto alla responsabilità penale esiste una responsabilità civile dell’Amministrazione scolastica e dell’insegnante.

Essa trova fondamento nel combinato disposto dell’art. 28 della Costituzione il quale sancisce che: “I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici” e dell’art. 61 della legge n. 312 del 1980 che disciplina la responsabilità patrimoniale del personale direttivo, docente, educativo e non docente.

Altro riferimento normativo è il secondo comma dell’art. 2048 c.c. il quale affianca alla responsabilità genitoriale già prevista dal comma 1 anche quella degli insegnanti.

Gli insegnanti hanno una posizione analoga, ma non identica a quella dei genitori, infatti, essa trova fondamento nell’omessa sorveglianza (culpa in vigilando) nel periodo in cui i minori siano stati affidati alle loro cure, ma non investe l’intero sistema educativo che spetta solo ai genitori.

La vigilanza deve essere assicurata sia all’interno che nella prossimità dell’Istituto scolastico e deve essere commisurata in relazione all’età e al grado di maturazione degli allievi anche con riguardo alle circostanze del caso concreto.

Come il genitore anche l’insegnante va incontro ad una presunzione di colpa dalla quale può liberarsi solo dimostrando di non aver potuto impedire il fatto nonostante la predisposizione delle opportune cautele.

La presunzione di colpa può essere superata, altresì, dimostrando di avere adeguatamente vigilato ovvero ove si dia prova del caso fortuito.

Accanto alla culpa in vigilando si profila anche una culpa in organizzando con riguardo all’attività del Dirigente Scolastico, nel caso in cui quest’ultimo non abbia predisposto le misure organizzative opportune per garantire la sicurezza nell’ambiente scolastico.

Spetta alla direzione dell’Istituto scolastico fare in modo che gli studenti vivano all’interno di un ambiente sano e collaborativo, ad esempio con riguardo al fenomeno del bullismo, per come chiarito da alcune pronunce giurisprudenziali recenti, una scuola che non prevenga con appositi progetti ed iniziative il fenomeno del bullismo può ritenersi colpevole di culpa in organizzando.

Quanto alla legittimazione passiva, è necessario distinguere la responsabilità della scuola privata dalla scuola pubblica.

Alla scuola privata si applica l’art. 2049 c.c., che sancisce la responsabilità indiretta dell’istituto scolastico con cui l’insegnante ha un rapporto di lavoro al momento del verificarsi del danno al minore, al contrario, la scuola pubblica ha una responsabilità diretta nei confronti del Ministero della Pubblica Istruzione che può agire in rivalsa sul docente per culpa in vigilando in caso di dolo o colpa grave, ferma restando l’eventuale responsabilità disciplinare dell’insegnante.

Con riguardo al cyberbullismo la legge 71/2017 non ha previsto deroghe alla citata disciplina codicistica, pertanto ancora una volta potremo richiamare quanto detto finora.

Tuttavia, poiché la legge riserva un ampio spazio al ruolo che la scuola deve svolgere nelle strategie di prevenzione e contrasto al fenomeno in esame, come espressamente dimostrato dagli articoli 3, 4 e 5 della stessa, si possono ipotizzare peculiari responsabilità dell’Istituto scolastico per atti di cyberbullismo commessi a danno di uno studente.

Infatti, in assenza di precedenti giurisprudenziali, si può supporre che se un minore sia vittima di cyberbullismo durante il periodo di tempo in cui è sottoposto alla vigilanza della scuola, per liberarsi dalla responsabilità di cui all’art. 2048 comma 2 c.c., sarà necessario dimostrare di avere adottato tutte le misure disciplinari e organizzative idonee per evitare l’insorgere del fenomeno.

Ad esempio si dovrà provare di avere apprestato attenzione alle linee di orientamento delineate dal tavolo tecnico, di avere dotato la scuola di un referente antibullismo e di avere avviato i relativi progetti formativi per il corpo docente, di avere valorizzato attività quali convegni, laboratori, simulazione per sensibilizzare gli studenti, di avere allertato le famiglie nei casi espressamente previsti dall’art. 5 della legge in esame, ecc..

Questa prova è tutt’altro che facile ma può essere considerata uno stimolo ad investire molto sulla multidisciplinarietà, sul coinvolgimento attivo degli studenti e sulla prevenzione.