Nell’ipotesi di un fatto illecito commesso da un minore nei confronti di un altro minore è configurabile una responsabilità dei genitori fondata sul combinato disposto degli artt. 30 della Costituzione e 2048, comma 1, del codice civile.

I genitori sono responsabili dell’educazione che viene impartita ai propri figli, educazione che per come chiarito da costante giurisprudenza della Cassazione non consiste solo nel fornire ai figli una serie di regole da seguire ma soprattutto nel controllare che gli stessi siano in grado di sviluppare una personalità equilibrata rispettosa degli altri e delle regole che il vivere sociale impone.

I genitori, quindi, rispondono, sia, per non aver impartito ai figli una educazione adeguata (c.d. culpa in educando), sia, per non aver esercitato una vigilanza che sia proporzionata all’età del figlio e atta a individuare precocemente e quindi correggere, eventuali comportamenti scorretti.

L’affidamento della vigilanza a terzi, es. agli insegnati nelle ore scolastiche, solleva il genitore dalla culpa in vigilando, per i fatti commessi in quel determinato arco temporale, ma non anche da quella di colpa in educando, ecco perché spesso in presenza di atti illeciti compiuti in orario scolastico può sussistere un concorso di responsabilità scuola-famiglia.

Per liberarsi dalla responsabilità, il genitore, deve dare prova di aver dato al figlio una buona educazione in conformità anche al suo carattere e all’indole.

Poiché l’art. 2048 c.c. presume la colpa dei genitori, i genitori per liberarsi da tale responsabilità non basta che provino di non aver potuto impedire il fatto (c.d. prova negativa) ma dovranno dimostrare anche di aver correttamente e adeguatamente educato e vigilato sull’educazione del figlio (c.d. prova positiva).

In ciò rientra anche la dimostrazione di avere adottato in via preventiva tutte le misure più idonee per educare il minore ad una corretta vita di relazione.

Queste condizioni richieste dalla costante giurisprudenza della Cassazione si applicano ovviamente anche in materia di responsabilità genitoriale per attività di cyberbullismo del figlio.

Anche in tali casi, infatti, nelle prime pronunce la Cassazione ha affermato che la prova liberatoria per i genitori dovrà consistere nel dimostrare di avere impartito insegnamenti adeguati e sufficienti per relazionarsi con gli altri, anche con riferimento all’uso degli strumenti informatici.

In futuro è lecito aspettarsi la prova di avere impartito al proprio figlio, prima di affidargli gli strumenti digitali, una corretta educazione non solo all’uso materiale degli stessi, ma anche e soprattutto al rispetto della persona che si trova dietro lo schermo del computer o dello smartphone.

È facile ipotizzare che ad oggi questa prova risulti particolarmente onerosa per i genitori, i quali spesso non conoscono o conoscono poco il mondo digitale, i pericoli che esso cela e i comportamenti che i loro figli assumono quando si trovano di fronte ad un monitor.

In questo ambito, apprezzabile è da ritenersi la volontà della legge 71/17 di coinvolgere attivamente i genitori nelle iniziative di contrasto al bullismo ma anche nella continua e costante conoscenza del fenomeno, solo così si potranno aiutare i genitori ad avere un ruolo di spicco nel processo educativo evitando la commissione di atti penalmente o civilmente rilevanti, o comunque moralmente disdicevoli.