Il bullismo è un fenomeno collettivo che coinvolge tutto il gruppo dei bambini e dei ragazzi, i quali, con il loro atteggiamento, possono direttamente o indirettamente sostenere il bullo, difendere la vittima o rimanere neutrali. Dunque, possono assumere ruoli determinanti nelle dinamiche bullistiche.

Nel bullismo, infatti, oltre a bulli e vittime, bisogna considerare i soggetti che si trovano ad assistere alle prevaricazioni o ne vengono a conoscenza.

Si tratta una larga maggioranza definita “spettatori”, che rappresenta poco meno dei due terzi (63,3%) dei ragazzi e degli adolescenti (Istat, 2015). Gli spettatori, a seconda delle loro reazioni, possono favorire o frenare gli episodi di bullismo e dunque il dilagare del fenomeno. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, si rileva come le prepotenze non vengano segnalate ed il gruppo non intervenga a contrastarle. In questi casi si parla di “maggioranza silenziosa”.

Quando si esamina il bullismo, la “maggioranza silenziosa” va considerata una risorsa fondamentale attraverso la quale poter giungere a ridurre il radicarsi del bullismo in un gruppo. Se gli spettatori non si oppongono ai bulli ed assumono un atteggiamento omertoso, finiscono per tollerare e legittimare le prevaricazioni e le prepotenze, incentivandone la perpetuazione. Essi possono invece adottare alcune semplici ma efficaci strategie per arginare e fermare gli atti di bullismo, alcune attive ed altre passive (Sharp e Smith, 1994).

Le “strategie attive” prevedono che: si richieda l’aiuto di un adulto; si dichiari apertamente la propria disapprovazione verso i comportamenti bullistici; si aiuti la vittima a sottrarsi alle prevaricazioni; si sollecitino altri compagni a non appoggiare e disapprovare il bullo e i suoi gregari;

Le “strategie passive” prevedono, invece, che: non si prenda parte alla situazione evitando di ridere e di commentare o di assecondare e prestare attenzione ai bulli; si coinvolga la vittima nelle attività con il proprio gruppo di compagni.

In sostanza, è importante che la vittima si senta considerata dai compagni e possa riconoscervi coloro ai quali rivolgersi quando si sente minacciata dai bulli. Al contempo, i compagni devono assumere un atteggiamento di disapprovazione e di intolleranza dei comportamenti bullistici, facendo capire al bullo che finché si comporterà da prepotente non godrà di alcuna popolarità.

Nel leggere la dinamica complessiva del bullismo ed i ruoli di tutti i suoi diversi attori, è importante ricordare che l’aggregazione di bambini e ragazzi nella scuola o in altri contesti educativi comporta sempre lo sviluppo di litigi e tensioni, che sono tuttavia normali. Bambini e ragazzi devono avere l’opportunità di vivere il conflitto, poiché attraverso esso sperimentano una specifica forma di apprendimento delle regole sociali: scoprono, infatti, ulteriori valenze del senso del limite legate al diritto degli altri di essere presenti, di partecipare, di affermarsi. In questo modo il bambino impara ad arginare il proprio egocentrismo, a controllare i propri impulsi aggressivi, a riconoscere la resistenza dell’altro. Nel conflitto bambini e ragazzi esplorano una nuova dimensione di sé stessi e degli altri traendone una fondamentale crescita formativa. Pertanto, l’adulto, deve saper discernere quando un atto di prepotenza o prevaricazione tra ragazzi si inscrive in una dinamica di reciprocità e quando, invece, assume le caratteristiche di una perseveranza bullistica asimmetrica.

Come detto, nel bullismo vittima e bullo non sono gli unici protagonisti poiché il bullo è spesso supportato, direttamente o indirettamente, dai gregari. Tale dinamica si ripropone anche nel cyberbullismo pur se con caratteristiche diverse. I gregari del bullo conoscono il più delle volte la vittima, anche se non necessariamente in modo approfondito, e sono alla stessa visibili e noti.

Nel cyberbullismo, per la stessa dimensione on line del fenomeno, i gregari del cyberbullo possono assumere diverse connotazioni: possono essere noti o celarsi dietro l’anonimato, possono conoscere o non conoscere del tutto la vittima, possono perseguitare attraverso vessazioni dirette oppure contribuire in modo passivo all’ag­gres­sio­ne, “semplicemente” guardando o condividendo con i propri contatti, foto, video e post offensivi.

Nel cyberbullismo, poi, lo schema bullo, vittime e gregari è più sfumato poiché i soggetti possono rivestire sia la veste di cyberbulli che di cyberspettatori, e a loro volta possono essere vittime di altri cyberbulli.

In alcuni casi di cyberbullismo, i c.d. spettatori hanno contribuito moltissimo a danneggiare la vittima, spesso anche in modo totalmente inconsapevole. I ragazzi, infatti, soprattutto se molto giovani, non si rendono conto che commentare un video violento, segnalandolo o mettendo un like, o contribuendo alla sua virale diffusione, così come diffondere una foto o un video contenenti immagini spinte o sessualmente esplicite, oltre a configurare comportamenti penalmente perseguibili, contribuiscono a “dare visibilità” al gesto, amplificandone la risonanza mediatica.

La rete permette all’atto di cyberbullismo, qualunque esso sia, di non rimanere limitato alla stretta cerchia dei conoscenti come avviene nel bullismo, ma può essere diffuso e conosciuto in tutto il mondo, cristallizzando la violenza. Si può quindi affermare che anche nel cyberbullismo sempre più rilievo bisognerà dare alla figura del cyberspettatore, la quale dovrà essere oggetto di specifica attenzione e di campagne di prevenzione e sensibilizzazione su un uso più consapevole del web.

Occorre far capire ai ragazzi che si fa del male alla vittima anche semplicemente assistendo passivamente al suo tormento, condividendo con leggerezza filmati, post, video, non segnalando gli episodi di violenza di cui si è a conoscenza ai propri genitori, agli insegnanti, alle autorità competenti. Educare i cyberspettatori alla solidarietà con la vittima, puntare al concetto di auto responsabilità e di solidarietà sociale rappresenta la più grande sfida che oggi questo fenomeno pone. Ai c.d. cyberspettatori è importante trasmettere il concetto che: segnalare un commento o un contenuto improprio, non commentare un post o un’immagine offensiva, non diffondere una foto o un video che potrebbero danneggiare la persona rappresentata, costituiscono dei veri e propri obblighi sociali che ab­bia­mo verso il prossimo.

Questa battaglia non può essere delegata alla giustizia: non sempre infatti, le condotte tenute dai cyberspettatori, per questioni di età o di rilevanza giuridica, sono oggetto di una specifica tutela normativa, pertanto, nei vuoti giuridici l’unica via è quella della prevenzione.